Abstract
Il 13 ottobre 2026 l’EU-OSHA ha avviato la campagna Ambienti di lavoro sani e sicuri 2026–28, dedicata alla salute mentale sul lavoro. In Europa il 45% degli occupati si dichiara esposto a rischi per il benessere mentale e il 29% riferisce stress, ansia o depressione causati o aggravati dal lavoro.
L’articolo confronta i dati europei, OSH Pulse 2025 ed ESENER 2024, con quelli italiani di INAIL e delle altre fonti nazionali. Emerge un paradosso: il 93% delle imprese italiane valuta regolarmente i rischi, ma il 47% non riconosce alcun fattore psicosociale, il valore più alto in Europa. Nel quinquennio 2019–2023 l’INAIL ha ricevuto 2.047 denunce di malattia psichica e ne ha riconosciute il 7,3%.
La tesi è che l’Italia non ha bisogno di nuovi obblighi, ma di un metodo di valutazione che dia voce ai lavoratori, di un’azione mirata nei settori più esposti e di dati nazionali sui costi.
1. Introduzione: la campagna 2026–28
Il 13 ottobre 2026 l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) ha avviato a Bruxelles la campagna triennale Ambienti di lavoro sani e sicuri 2026–28, intitolata Insieme per la promozione della salute mentale negli ambienti di lavoro [1]. L’obiettivo dichiarato è aiutare datori di lavoro e organizzazioni a prevenire, valutare e gestire i rischi psicosociali.
La campagna parte da due dati. Quasi la metà delle persone che lavorano nell’UE, il 45%, dichiara di essere esposta a rischi per il benessere mentale sul posto di lavoro, secondo Eurostat [2]. Il 29% riferisce stress, ansia o depressione causati o aggravati dal lavoro, secondo l’indagine OSH Pulse 2025 [3].
Il direttore esecutivo dell’EU-OSHA ha presentato così gli obiettivi della campagna [1]:
«I soggetti datoriali hanno l’obbligo legale di tutelare la salute del personale, compresa la salute mentale. I dati più recenti indicano che le barriere e la riluttanza ad affrontare i rischi psicosociali sono fenomeni diffusi, e che molte organizzazioni non dispongono delle competenze o delle risorse necessarie per affrontare tali questioni. La campagna mira ad aiutare le organizzazioni a gestire i rischi psicosociali in tutti i settori fornendo dati, soluzioni basate su dati concreti e strumenti pratici. Queste risorse sosterranno l’azione preventiva, miglioreranno l’organizzazione del lavoro e promuoveranno il dialogo tra i soggetti datoriali e la forza lavoro al fine di creare ambienti di lavoro solidali e inclusivi».
William Cockburn, direttore esecutivo dell’EU-OSHA
La campagna individua cinque ambiti prioritari [1]:
- valutazione e gestione dei rischi psicosociali;
- molestie, anche sessuali, e violenza;
- rischi fisici e salute mentale;
- rischi psicosociali nel settore sanitario e dell’assistenza sociale;
- sostegno alla salute mentale sul lavoro.
Le tappe principali saranno le Settimane europee per la sicurezza e la salute sul lavoro e i premi per le buone pratiche. In Italia la rete dei punti focali nazionali fa capo all’INAIL, che coordina le iniziative della campagna sul territorio.
Questo articolo mette a confronto i dati europei con quelli italiani, in particolare INAIL e ISTAT. La domanda è se la valutazione dello stress lavoro-correlato, obbligatoria in Italia dal 2008, abbia prodotto prevenzione reale o solo adempimenti formali.
1.1 I fattori di rischio psicosociale secondo la guida della campagna
La guida ufficiale della campagna pone la prevenzione e la gestione dei rischi psicosociali a fondamento della salute mentale sul lavoro, e ricorda che la valutazione di questi rischi è un obbligo giuridico del datore di lavoro [16]. Lo scarto tra obbligo e pratica resta ampio: secondo i dati ESENER 2024 richiamati dalla guida, solo circa il 40% delle imprese dell’UE dispone di procedure per gestire lo stress lavoro-correlato [4][16]. La stessa guida sottolinea che, secondo le evidenze raccolte dall’EU-OSHA, la prevenzione dello stress e dei rischi psicosociali è economicamente conveniente per le organizzazioni.
La guida individua come principali fattori di rischio psicosociale [16]:
- carichi di lavoro eccessivi;
- squilibrio tra vita professionale e vita privata;
- scarso coinvolgimento nelle decisioni che riguardano il proprio lavoro;
- scarsa autonomia e limitata influenza sul modo di svolgere il lavoro;
- ruoli poco chiari o richieste contraddittorie;
- comunicazione carente sui cambiamenti organizzativi;
- insicurezza lavorativa;
- mancanza di supporto da parte di dirigenti e colleghi, relazioni interpersonali deteriorate;
- violenza da parte di terzi, intimidazioni e molestie, comprese quelle sessuali;
- rapporti con clienti, pazienti o studenti difficili.
Questo elenco è il riferimento operativo per la valutazione: ciascun fattore deve trovare riscontro negli indicatori di contenuto e di contesto del lavoro e nelle domande rivolte ai lavoratori. Le sezioni successive mostrano quanto questi fattori siano diffusi in Europa e in Italia.
2. Il quadro europeo: esposizione diffusa, gestione incompleta
In Europa quasi un lavoratore su tre riferisce disturbi psichici legati al lavoro, e la tendenza è in crescita. Nell’indagine OSH Pulse 2025, condotta su 25.688 lavoratori dell’UE-27, il 29% indica stress, depressione o ansia causati o aggravati dal lavoro, 2 punti in più rispetto al 2022 [3]. È il terzo problema di salute più citato, dopo la stanchezza generale (37%) e il mal di testa con affaticamento visivo (35%).
2.1 I fattori di rischio riferiti dai lavoratori

Il settore sanitario e dell’assistenza sociale è il più esposto: il 50% dei suoi addetti riferisce forte pressione dei tempi e il 25% violenza o abusi verbali da parte di pazienti e utenti, contro una media del 15% [3]. La digitalizzazione aggiunge un fattore nuovo: il 48% dei lavoratori dice che le tecnologie digitali dettano il ritmo del proprio lavoro.
Il dato Eurostat citato dalla campagna è coerente: nel 2020 il 44,6% degli occupati tra 15 e 64 anni dichiarava di essere esposto a fattori di rischio per il benessere mentale [2].
2.2 Cosa fanno le imprese
L’indagine ESENER 2024, svolta tra maggio e ottobre 2024 su 41.458 luoghi di lavoro con almeno cinque addetti, misura la risposta delle organizzazioni [4]. I fattori psicosociali più segnalati sono i rapporti con clienti, pazienti o alunni difficili (56%) e la pressione dei tempi (43%).
Il quadro della gestione è disomogeneo:
- il 76% dei luoghi di lavoro effettua regolarmente la valutazione dei rischi;
- un quarto (25%) non riconosce alcun fattore di rischio psicosociale, contro il 3% che non riconosce alcun rischio in generale;
- solo il 39% dei luoghi di lavoro con almeno 20 addetti ha un piano d’azione contro lo stress, in crescita dal 33% del 2019;
- la partecipazione dei lavoratori alla definizione delle misure è scesa dal 61% del 2019 al 55% del 2024.
Tra chi giudica i rischi psicosociali più difficili da gestire degli altri, il 59% indica come ostacolo principale la reticenza a parlarne apertamente [4].
2.3 I costi
Un rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) pubblicato nell’aprile 2026 attribuisce ai rischi psicosociali oltre 840.000 morti l’anno nel mondo. La perdita economica stimata è pari all’1,37% del PIL mondiale e all’1,43% nell’area Europa e Asia centrale [5]. Nella sola UE la depressione legata al lavoro costerebbe oltre 100 miliardi di euro l’anno, per più dell’80% a carico dei datori di lavoro [5].
L’OCSE stima inoltre che la cattiva salute mentale costi alle economie europee circa 76 miliardi di euro l’anno, pari al 6% della spesa sanitaria complessiva [6].
3. I dati italiani: un rischio valutato ma poco riconosciuto
L’Italia presenta un paradosso: è tra i Paesi europei in cui le imprese valutano più spesso i rischi, ma anche quello in cui più imprese dichiarano di non avere rischi psicosociali. I dati INAIL sulle malattie psichiche confermano che il fenomeno emerge pochissimo nelle statistiche ufficiali.
3.1 Italia ed Europa a confronto
| Indicatore | Italia | UE-27 | Fonte |
|---|---|---|---|
| Luoghi di lavoro che valutano regolarmente i rischi | 93% | 76% | ESENER 2024 [4] |
| Luoghi di lavoro che non segnalano alcun fattore psicosociale | 47% | 25% | ESENER 2024 [4] |
| Luoghi di lavoro con informazioni sufficienti per valutare i rischi psicosociali | 70% | 64% | ESENER 2024 [4] |
| Luoghi di lavoro che indicano la complessità normativa come difficoltà principale | 48% | 40% | ESENER 2024 [4] |
| Lavoratori convinti che dichiarare un disturbo mentale danneggi la carriera | 63% | 48% | OSH Pulse 2025 [3] |
| Lavoratori che dicono che le tecnologie digitali li isolano | 49% | 30% | OSH Pulse 2025 [3] |
Il 47% italiano è il valore più alto dei 30 Paesi coperti da ESENER; il secondo è la Lituania con il 44%, il più basso la Finlandia con il 12% [4]. Il dato non indica che il lavoro in Italia sia meno stressante. Indica piuttosto che la valutazione, pur svolta quasi ovunque, spesso non intercetta il rischio.
L’informazione disponibile non manca: il 70% delle imprese italiane dichiara di sapere come includere i rischi psicosociali nella valutazione. Manca la percezione del rischio, e manca un clima in cui i lavoratori ne parlino: quasi due su tre temono conseguenze sulla carriera se rivelano un disturbo mentale [3].
3.2 Le malattie psichiche nei dati INAIL
La scheda Malprof n. 11 dell’INAIL, pubblicata l’8 settembre 2025, è l’analisi nazionale più recente sul tema [7]. Nel quinquennio 2019–2023 sono state denunciate 2.047 malattie psichiche (codici ICD-10 F00–F99), circa 400 l’anno. Ne è stato riconosciuto il 7,3%, cioè circa 150 casi in cinque anni, contro il 47,1% delle altre malattie professionali.
Per ordine di grandezza, nel 2025 le denunce complessive di malattia professionale sono state 98.312, il valore più alto degli ultimi 26 anni [8]. Le malattie psichiche pesano quindi meno dello 0,5% delle denunce, mentre nelle indagini europee il 29% dei lavoratori riferisce disturbi psichici legati al lavoro [3].
Le ragioni indicate dall’INAIL sono tre [7]:
- le malattie psichiche sono patologie non tabellate, quindi l’origine lavorativa deve essere dimostrata dal lavoratore;
- i criteri diagnostici sono rigidi ed è difficile separare i fattori lavorativi da quelli personali;
- esiste una sotto-denuncia diffusa, che l’INAIL collega alla stima OMS di un 15% di adulti in età lavorativa con un disturbo mentale.
Le patologie più associate allo stress lavoro-correlato sono il disturbo dell’adattamento, il disturbo acuto da stress e il disturbo post-traumatico da stress. I comparti con più denunce sono l’assistenza sanitaria (11,8%), il commercio al dettaglio (9,8%) e la pubblica amministrazione (6,3%) [7]. L’analisi statistica di disproporzionalità segnala associazioni forti anche per banche, fondi di investimento e call center.
3.3 La violenza contro il personale sanitario
La sanità concentra due dei cinque ambiti prioritari della campagna: violenza e rischi psicosociali nel settore dell’assistenza. Secondo l’INAIL, tra il 2019 e il 2023 si sono registrati quasi 12.000 infortuni da aggressione o violenza sul lavoro, tra 2.000 e 3.000 l’anno [9]. Nel 2023 gli infortuni da aggressione in sanità riconosciuti sono stati circa 2.500, il 3% in più del 2022 [10]. Nello stesso settore gli infortuni denunciati superano i 55.000 l’anno, il 12% del totale di industria e servizi, e tre su dieci riguardano infermieri e ostetriche [11].
L’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie ha raccolto per il 2024 oltre 18.000 segnalazioni di aggressione, con circa 22.000 operatori coinvolti [9]. Le segnalazioni sono volontarie: i due numeri misurano fenomeni diversi, ma insieme mostrano che la componente psicologica della violenza, minacce e insulti, resta in gran parte fuori dalle statistiche infortunistiche.
4. Il quadro normativo: obblighi chiari, applicazione formale
A differenza di molti Paesi europei, l’Italia ha un obbligo esplicito di valutare lo stress lavoro-correlato dal 2008, e dal 2021 ha ratificato la Convenzione OIL sulla violenza e le molestie. Il problema non è l’assenza di norme ma la loro applicazione.
4.1 Livello europeo
La base è la direttiva quadro 89/391/CEE, che obbliga il datore di lavoro a valutare tutti i rischi per la salute dei lavoratori [4]. Non esiste però una direttiva specifica sui rischi psicosociali. La materia è affidata agli accordi quadro tra le parti sociali europee, sullo stress lavoro-correlato del 2004 e sulle molestie e la violenza del 2007, e a strumenti volontari come la campagna appena avviata.
4.2 Livello nazionale
| Anno | Atto | Contenuto |
|---|---|---|
| 2008 | D.Lgs. 81/2008, art. 28 | La valutazione dei rischi comprende lo stress lavoro-correlato, secondo l’accordo europeo del 2004 |
| 2010 | Indicazioni della Commissione consultiva permanente, circolare del Ministero del lavoro del 18 novembre 2010 | Livello minimo dell’obbligo: valutazione preliminare con indicatori oggettivi; valutazione approfondita solo se le misure correttive si rivelano inefficaci [12] |
| 2011, 2017 | Metodologia INAIL di valutazione e gestione del rischio | Percorso operativo per le imprese, aggiornato nel 2017 [13] |
| 2020 | Legge 113/2020 | Pene più severe per le aggressioni al personale sanitario [9] |
| 2021 | Legge 4/2021 | Ratifica della Convenzione OIL n. 190 su violenza e molestie, in vigore dal 29 ottobre 2022 [14] |
| 2025 | Aggiornamento della metodologia INAIL | Modulo dedicato al lavoro da remoto e all’innovazione tecnologica, aprile 2025 [13] |
L’Italia è stata il primo Paese europeo a ratificare la Convenzione n. 190 [14]. La Convenzione chiede di includere violenza, molestie e rischi psicosociali collegati nella gestione della salute e sicurezza, con la partecipazione dei lavoratori [15].
4.3 Un limite di metodo
Le indicazioni del 2010 definiscono il livello minimo dell’obbligo. La fase preliminare rileva indicatori oggettivi di tre famiglie: eventi sentinella, contenuto del lavoro e contesto del lavoro [12]. Gli eventi sentinella sono ad esempio indici infortunistici, assenze per malattia, turnover, procedimenti e sanzioni, segnalazioni del medico competente e lamentele formalizzate.
La valutazione approfondita, che raccoglie la percezione dei lavoratori, è prevista solo se la fase preliminare rileva un rischio e le misure correttive adottate risultano inefficaci. Se la fase preliminare non rileva rischi, il datore di lavoro deve solo darne conto nel documento di valutazione e prevedere un piano di monitoraggio [12].
Questi indicatori sono poco sensibili ai fenomeni che le indagini europee mostrano in crescita: sovraccarico, isolamento da lavoro digitale, violenza verbale da parte degli utenti. È un’ipotesi che i dati non dimostrano, ma è coerente con il 47% di imprese italiane che non vede alcun rischio psicosociale pur avendo valutato i rischi nel 93% dei casi [4].
5. Confronto e lacune
Il confronto tra dati europei e italiani indica che il divario non sta nel numero di valutazioni ma nella loro capacità di vedere il rischio e di tradurlo in misure. Le lacune principali sono sei.
- Valutazioni che non intercettano il rischio. Quasi metà delle imprese italiane non riconosce alcun fattore psicosociale, contro un quarto della media europea [4]. Il metodo minimo, basato su indicatori oggettivi, rischia di produrre esiti di rischio non rilevante anche dove il disagio esiste.
- La voce dei lavoratori arriva tardi. La loro percezione entra nella valutazione solo nella fase approfondita, che è eventuale [12]. In Europa, intanto, la partecipazione dei lavoratori alle misure psicosociali è scesa al 55% [4].
- Lo stigma blocca l’emersione. Il 63% dei lavoratori italiani teme danni alla carriera se dichiara un disturbo mentale, contro il 48% della media UE [3]. Senza fiducia, né i questionari né la sorveglianza sanitaria rilevano i casi.
- Il riconoscimento assicurativo è quasi assente. Circa 150 malattie psichiche riconosciute in cinque anni [7] non bastano a orientare la prevenzione né a stimare i costi nazionali.
- Mancano dati sui costi per l’Italia. Le stime disponibili sono europee o globali [5][6]; non esiste una stima nazionale dei costi dei rischi psicosociali per imprese e sistema sanitario.
- La violenza esterna è misurata in modo frammentato. Infortuni INAIL e segnalazioni all’Osservatorio non sono confrontabili, e le aggressioni verbali restano in gran parte fuori dalle statistiche [9].
6. Proposte: dall’adempimento alla prevenzione
La campagna 2026–28 è l’occasione per spostare il baricentro dalla compilazione del documento alla gestione effettiva del rischio. Si propongono quattro livelli di intervento, in ordine crescente di impegno.
Livello 1: imprese, a costo contenuto
- Aggiornare la valutazione dello stress con il modulo INAIL 2025 su lavoro da remoto e innovazione tecnologica [13], in particolare dove le tecnologie digitali dettano i ritmi o isolano i lavoratori.
- Raccogliere la percezione dei lavoratori anche quando la fase preliminare non segnala rischi, almeno nelle imprese con più di 50 addetti e nei settori a contatto con l’utenza.
- Coinvolgere sempre il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza nella definizione delle misure, invertendo il calo della partecipazione rilevato da ESENER.
- Adottare una procedura scritta per la gestione di minacce e aggressioni da parte di utenti, come previsto dalla Convenzione OIL n. 190 [15].
Livello 2: settori a rischio elevato
- Sanità e assistenza: integrare il rischio aggressione nella valutazione dello stress, con supporto psicologico dopo ogni episodio e formazione alla gestione dei conflitti.
- Commercio, banche, call center e pubblica amministrazione: i settori segnalati dall’analisi INAIL [7] dovrebbero essere oggetto di piani mirati di vigilanza e assistenza.
Livello 3: sorveglianza sanitaria e reinserimento
- Formare i medici competenti a riconoscere i segni precoci di disagio psichico, come raccomandato dall’INAIL [7].
- Usare i dati sanitari aggregati e anonimi già previsti dall’art. 35 del D.Lgs. 81/2008 per individuare i reparti critici.
- Prevedere percorsi di rientro al lavoro e accomodamenti ragionevoli per i lavoratori con disturbi mentali.
Livello 4: istituzioni
- Aggiornare le indicazioni della Commissione consultiva del 2010, rendendo la raccolta della percezione dei lavoratori parte della valutazione minima.
- Avviare una stima nazionale dei costi dei rischi psicosociali, sul modello delle analisi INAIL sul costo sociale degli infortuni.
- Rendere confrontabili i dati INAIL e dell’Osservatorio sulle aggressioni, includendo la violenza verbale.
- Usare la campagna europea per una comunicazione nazionale contro lo stigma, rivolta a dirigenti e preposti.
7. Azioni strategiche per il benessere organizzativo
Le proposte della sezione 6 correggono le lacune della valutazione. Questa sezione indica cosa un’organizzazione, pubblica o privata, può mettere in campo per costruire benessere organizzativo in modo stabile, e non solo per adempiere a un obbligo. Le azioni sono ordinate secondo i cinque ambiti prioritari della campagna EU-OSHA [1] e si basano sulle evidenze delle sezioni 2 e 3.
7.1 Principi
- Agire prima sull’organizzazione, poi sull’individuo. Le patologie da stress lavoro-correlato nascono da disfunzioni dell’organizzazione del lavoro [7]; corsi di resilienza e sportelli di ascolto sono utili solo se accompagnano interventi su carichi, ruoli e processi.
- Partecipazione come metodo. I rischi psicosociali sono difficili da nominare: il 59% delle imprese in difficoltà indica la reticenza a parlarne come ostacolo principale [4]. Le misure progettate con i lavoratori sono più credibili ed efficaci.
- Integrazione nel sistema di gestione. Il benessere organizzativo non è un progetto a parte: entra nel documento di valutazione, negli obiettivi dei dirigenti e nel riesame annuale.
- Misurare per migliorare. Ogni azione ha un indicatore e un responsabile, e i risultati sono comunicati ai lavoratori.
7.2 Le azioni
| Area | Azione strategica | Obiettivo | Indicatore di risultato | Responsabile | Tempi |
|---|---|---|---|---|---|
| Governance | Adottare una politica scritta sul benessere organizzativo, firmata dal vertice | Rendere esplicito l’impegno e le priorità | Politica approvata e diffusa a tutti | Datore di lavoro | Entro 3 mesi |
| Governance | Costituire un gruppo di lavoro con RSPP, medico competente, RLS, risorse umane e dirigenti | Coordinare valutazione, misure e monitoraggio | Riunioni almeno trimestrali con verbale | Datore di lavoro | Entro 3 mesi |
| Valutazione | Integrare la fase preliminare con un questionario ai lavoratori, anche quando non emergono rischi | Far emergere il rischio percepito | Tasso di risposta superiore al 60% | RSPP | Entro 6 mesi |
| Valutazione | Applicare il modulo INAIL 2025 su lavoro da remoto e tecnologie [13] | Valutare ritmi digitali, isolamento, reperibilità | Gruppi omogenei con lavoro digitale valutati | RSPP | Entro 6 mesi |
| Organizzazione del lavoro | Analizzare e riequilibrare carichi, organici e scadenze nei gruppi più esposti | Ridurre la pressione dei tempi, primo fattore di rischio in UE [3] | Ore di straordinario e ferie non godute per reparto | Dirigenti | Entro 12 mesi |
| Organizzazione del lavoro | Definire ruoli, responsabilità e priorità per ogni posizione | Ridurre ambiguità e conflitti di ruolo | Mansionari aggiornati | Risorse umane | Entro 12 mesi |
| Organizzazione del lavoro | Regolare il diritto alla disconnessione e le fasce di reperibilità | Limitare l’invasione del lavoro nel tempo privato | Regolamento adottato; messaggi fuori orario | Risorse umane | Entro 6 mesi |
| Molestie e violenza | Adottare una procedura per prevenire e gestire molestie e violenza, interne ed esterne | Applicare la Convenzione OIL n. 190 [15] | Procedura attiva; segnalazioni gestite entro 30 giorni | Datore di lavoro | Entro 6 mesi |
| Molestie e violenza | Attivare un canale di segnalazione riservato e una figura di riferimento | Superare la paura di esporsi | Numero di segnalazioni e tempi di chiusura | Risorse umane | Entro 6 mesi |
| Leadership | Formare dirigenti e preposti alla gestione dei rischi psicosociali e al riconoscimento del disagio | Rendere i capi primo presidio di prevenzione | Quota di preposti formati | Datore di lavoro | Entro 12 mesi |
| Leadership | Inserire indicatori di clima negli obiettivi dei dirigenti | Rendere il benessere parte della valutazione della prestazione | Obiettivo presente nelle schede dei dirigenti | Vertice | Ciclo annuale |
| Supporto | Offrire accesso a supporto psicologico riservato | Intervenire prima che il disagio diventi malattia | Accessi al servizio, in forma anonima | Risorse umane | Entro 12 mesi |
| Supporto | Definire percorsi di rientro dopo assenze lunghe e accomodamenti ragionevoli | Favorire il reinserimento dei lavoratori con disturbi mentali | Rientri completati con piano individuale | Medico competente | Entro 12 mesi |
| Sorveglianza sanitaria | Usare i dati aggregati e anonimi ex art. 35 D.Lgs. 81/2008 per individuare i reparti critici | Indirizzare le misure dove servono | Relazione annuale del medico competente con focus psicosociale | Medico competente | Annuale |
| Comunicazione | Campagna interna contro lo stigma, legata alle iniziative EU-OSHA | Ridurre il timore di parlare di salute mentale (63% in Italia [3]) | Variazione della quota nel questionario successivo | Gruppo di lavoro | Continuativo |
| Monitoraggio | Riesame annuale con i lavoratori e aggiornamento del piano | Chiudere il ciclo valutazione, azione, verifica | Piano aggiornato e comunicato | Gruppo di lavoro | Annuale |
7.3 Indicatori di sintesi
Per verificare se il piano funziona bastano pochi indicatori, rilevati ogni anno e confrontati con il punto di partenza:
- assenze per malattia brevi e ripetute, e turnover volontario;
- quota di lavoratori che riferiscono forte pressione dei tempi o sovraccarico;
- quota di lavoratori che si sentirebbero a proprio agio a parlare di salute mentale con il proprio responsabile;
- numero di segnalazioni di molestie o aggressioni e tempi di gestione;
- partecipazione dei lavoratori alla definizione delle misure, da confrontare con il 55% della media europea [4].
Un aumento iniziale delle segnalazioni non va letto come peggioramento: indica che il clima di fiducia sta crescendo e che i problemi emergono prima.
7.4 Sequenza di attuazione
- Primi tre mesi: politica, gruppo di lavoro, analisi dei dati esistenti.
- Da tre a sei mesi: questionario ai lavoratori, modulo INAIL 2025, procedura su molestie e violenza, regole sulla disconnessione.
- Da sei a dodici mesi: interventi su carichi e ruoli, formazione dei preposti, supporto psicologico, percorsi di rientro.
- Ogni anno: riesame, aggiornamento del documento di valutazione e comunicazione dei risultati.
7.5 Wellbeing e prevenzione: una gerarchia da rispettare
I programmi di wellbeing aziendale sono un complemento della gestione dei rischi psicosociali, non un suo sostituto. La distinzione è sostanziale: la prevenzione agisce sulle cause organizzative ed è un obbligo di legge; il wellbeing agisce sulle risorse individuali ed è un’iniziativa volontaria di promozione della salute.
La coerenza tra i due piani si ottiene applicando la gerarchia classica della prevenzione:
- Prevenzione primaria, sull’organizzazione del lavoro: carichi, tempi, ruoli, autonomia, relazioni, gestione della violenza esterna. È la priorità, ed è il contenuto della tabella 7.2.
- Prevenzione secondaria, sulle persone: formazione alla gestione dello stress, programmi di attività fisica, alimentazione e sonno, tecniche di regolazione emotiva.
- Prevenzione terziaria, sui casi: supporto psicologico, presa in carico, percorsi di rientro e accomodamenti ragionevoli.
Un programma di wellbeing scollegato dalla valutazione dei rischi espone a un effetto controproducente. Se l’organizzazione offre tecniche di rilassamento ma lascia invariati organici e scadenze, il messaggio implicito è che il disagio dipenda dalla fragilità del singolo. In un contesto in cui il 63% dei lavoratori italiani teme conseguenze nel dichiarare un disturbo mentale [3], questo approccio rischia di consolidare lo stigma anziché ridurlo.
Il criterio operativo è semplice: ogni iniziativa di wellbeing deve essere riconducibile a un esito della valutazione dei rischi e inserita nel piano di miglioramento. Il welfare aziendale, con i benefici fiscali previsti dall’art. 51 del TUIR per servizi di assistenza e benessere, e i programmi regionali di promozione della salute nei luoghi di lavoro (Workplace Health Promotion) sono strumenti utili solo se rispettano questo criterio.
7.6 I cantieri
Nei cantieri temporanei o mobili la valutazione dello stress lavoro-correlato resta obbligatoria e segue l’impianto generale dell’art. 28 del D.Lgs. 81/2008. Va condotta nel documento di valutazione dei rischi dell’impresa, per gruppi omogenei, e declinata nel piano operativo di sicurezza di ciascun cantiere. Il coordinatore per la sicurezza ne tiene conto nel piano di sicurezza e coordinamento quando le condizioni del cantiere aggravano il rischio: lavorazioni interferenti, numerose imprese presenti, cronoprogrammi compressi.
I fattori di rischio caratteristici del settore sono:
- pressione dei tempi contrattuali e penali per ritardo;
- catene di subappalto lunghe, con ambiguità di ruolo e di responsabilità;
- trasferte, cantieri distanti dalla residenza, orari estesi;
- barriere linguistiche: in Europa il 10% dei luoghi di lavoro ha dipendenti con difficoltà di comprensione della lingua parlata [4];
- esposizione a caldo estremo e radiazione solare, che somma carico fisico e mentale;
- discontinuità occupazionale e lavoro stagionale;
- percezione costante del rischio infortunistico, che è essa stessa un fattore di stress.
Il metodo della fase preliminare mostra qui i limiti più evidenti. Squadre variabili, organici ridotti e durata limitata dei lavori rendono poco significativi indicatori come assenze e turnover. È quindi raccomandabile raccogliere fin da subito la percezione dei lavoratori, con strumenti brevi e disponibili nelle lingue presenti in cantiere.
Le azioni prioritarie per il settore:
- programmazione realistica dei lavori, con margini di tempo verificati dal coordinatore;
- chiara attribuzione di compiti e catene di comando tra impresa affidataria e subappaltatori;
- materiali informativi e formazione plurilingue, anche sui rischi psicosociali;
- organizzazione del lavoro nelle giornate di caldo intenso, con pause e rimodulazione degli orari;
- momenti strutturati di confronto con le squadre, ad esempio brevi riunioni di inizio turno;
- attenzione del preposto ai segnali di affaticamento, uso di alcol e sostanze, conflitti in squadra.
L’Italia parte da una base favorevole: l’80% delle imprese con luoghi di lavoro esterni li include nella valutazione dei rischi, il valore più alto in Europa, e nel settore delle costruzioni la quota europea è dell’82% [4]. Si tratta di estendere questa copertura, già consolidata sul piano infortunistico, alla dimensione psicosociale.
7.7 Le scuole
La scuola ha un duplice ruolo: è un luogo di lavoro, nel quale il dirigente scolastico riveste la qualifica di datore di lavoro, ed è un luogo di formazione dei futuri lavoratori.
Sul primo versante, la valutazione dello stress lavoro-correlato deve distinguere almeno quattro gruppi omogenei: docenti, personale amministrativo, collaboratori scolastici e assistenti tecnici. I fattori di rischio più rilevanti sono:
- relazioni conflittuali con studenti e famiglie: il rapporto con utenti difficili è il fattore psicosociale più segnalato dai luoghi di lavoro europei (56%) [4];
- aggressioni verbali e fisiche al personale;
- carico amministrativo e comunicazioni digitali continue, anche fuori dall’orario di servizio;
- classi numerose e alunni con bisogni educativi speciali in assenza di risorse adeguate;
- precarietà, supplenze brevi e mobilità tra sedi.
Le misure organizzative raccomandate:
- valutazione approfondita con questionario rivolto al personale, senza limitarsi agli indicatori oggettivi;
- regolamento sui canali e sui tempi di comunicazione con le famiglie, come forma di diritto alla disconnessione;
- procedura per la prevenzione e la gestione degli episodi di aggressione, con supporto al personale coinvolto;
- estensione dello sportello psicologico al personale scolastico;
- percorsi strutturati di accoglienza e affiancamento per docenti neoassunti e supplenti;
- supporto psicologico al personale dopo eventi critici ed emergenze.
Sul secondo versante, la scuola può introdurre la salute mentale e i rischi psicosociali nei percorsi di educazione alla sicurezza, in particolare negli istituti tecnici e professionali. Gli studenti impegnati nei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO) sono equiparati ai lavoratori ai sensi del D.Lgs. 81/2008: la formazione preliminare allo stage è il momento naturale per affrontare stress, molestie e diritti. La campagna EU-OSHA coinvolge una rete dedicata all’istruzione e formazione professionale, i partner OSHVET, alla quale gli istituti possono aderire [1].
8. Conclusioni
L’Italia arriva alla campagna europea con un obbligo di legge sullo stress lavoro-correlato in vigore da quasi vent’anni e con una delle percentuali più alte d’Europa di imprese che valutano i rischi. I risultati però non seguono: quasi metà delle imprese non vede rischi psicosociali, due lavoratori su tre temono di parlarne e le malattie psichiche riconosciute dall’INAIL sono poche decine l’anno.
Il problema non è normativo ma di metodo e di cultura. Una valutazione che parte da assenze e turnover vede il disagio solo quando è già diventato un costo; una valutazione che ascolta i lavoratori può intercettarlo prima.
La campagna 2026–28 offre tre anni, strumenti gratuiti e una rete già attiva attraverso il punto focale nazionale. È il tempo sufficiente per far passare la valutazione dello stress da adempimento formale a strumento di prevenzione, partendo dai settori in cui i dati indicano il rischio più alto: sanità, commercio, servizi finanziari e pubblica amministrazione.
Bibliografia
[1] EU-OSHA, L’EU-OSHA vara la campagna Ambienti di lavoro sani e sicuri 26-28: Insieme per la promozione della salute mentale negli ambienti di lavoro, comunicato stampa, 13 ottobre 2026. Link
[2] Agensir, sintesi dei dati Eurostat 2020 su infortuni e rischi per la salute sul lavoro. Link; fonte primaria: Eurostat, Self-reported work-related health problems and risk factors
[3] EU-OSHA, OSH Pulse 2025: Occupational safety and health in the era of climate and digital change, Flash Eurobarometer, sintesi, 2025. Link
[4] EU-OSHA, First findings of the Fourth European Survey of Enterprises on New and Emerging Risks (ESENER 2024), 2025. Link
[5] Euronews, Stress da lavoro: oltre 840mila morti l’anno e un costo globale che pesa sul Pil, 1 maggio 2026 (sul rapporto OIL). Link
[6] Euronews, Crisi della salute mentale costa 76 mld di euro l’anno alle economie europee, avverte Ocse, 30 aprile 2026. Link
[7] EC News, Malattie psichiche sul lavoro: l’analisi INAIL, 26 settembre 2025, su INAIL Dimeila, Scheda Malprof n. 11, Le malattie psichiche sul lavoro, 8 settembre 2025. Link
[8] PuntoSicuro, Relazione annuale Inail 2025: i dati su infortuni, morti e prevenzione, 2026. Link
[9] Quotidiano Sanità, Giornata nazionale contro le aggressioni al personale sanitario, marzo 2025. Link
[10] ItaliaOggi, Sanità, aggressioni in aumento nonostante le tutele introdotte per legge. Tutti i numeri. Link
[11] INAIL, Dati Inail n. 12/2024, Panoramica sul mondo della sanità (Certifico). Link
[12] PuntoSicuro, Nuove indicazioni per la valutazione dello stress lavoro-correlato (Commissione consultiva permanente, 17 novembre 2010), 19 novembre 2010. Link
[13] INAIL, La metodologia per la valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato, modulo contestualizzato al lavoro da remoto e all’innovazione tecnologica, aprile 2025. Link
[14] Il Sole 24 Ore NT+ Diritto, L’Italia prima in Europa ha ratificato la Convenzione OIL sull’eliminazione della violenza e delle molestie sul luogo di lavoro, 2021. Link
[15] Assolombarda, Ratificata la convenzione contro violenze e molestie sul lavoro (legge n. 4/2021). Link
[16] EU-OSHA, Guida alla campagna Ambienti di lavoro sani e sicuri 2026-28: Insieme per la promozione della salute mentale negli ambienti di lavoro, sezione 3.1, 2026. Link


